EMOZIONI: STARE BENE CON SE STESSI

Negli anni novanta dell’Ottocento, quando il termine “autostima” comparve nei testi di psicologia, stare bene con se stessi era una questione che aveva a che fare con l’accettazione della propria inadeguatezza.

Il filosofo e psicologo William James credeva che abbandonando le fantasie di grandi successi e concentrando l’energia su attività e traguardi che sappiamo essere alla nostra portata, avremmo avvertito quella leggerezza nel cuore che nasce quando ci arrendiamo all’evidenza di ciò che già siamo. Un bell’effetto collaterale di ciò potrebbe essere il sentirci incoraggiati a fare di più in futuro, dato che è la stessa autostima a stabilire cosa dovremmo motivarci a fare.

James riassunse le sue intuizioni in un’equazione: autostima = successo/pretese.
Le convinzioni sui nostri risultati futuri (quindi le pretese) dovrebbero essere più o meno equivalenti a quanto siamo effettivamente in grado di fare (successo). Se le aspettative che abbiamo su noi stessi superano le nostre capacità, ci condanniamo da soli a una vita di inadeguatezza e insoddisfazione. Questo, tuttavia, non significava che nessuno dovesse mai più sforzarsi di fare nulla: lavorate pù duramente per conquistare una maggiore competenza (o successo), e potrete rivolgere la vostra attenzione a maggiori traguardi.
Per James quindi, l’autostima era un calcolo attento, un equilibrio di pesi e contrappesi volto ad assicurare una crescita parallela delle ambizioni e dei risultati ottenuti.

In seguito all’interesse per la psicologia positiva che emerse negli anni Sessanta, l’autostima venne ripresa in esame da una nuova generazione di ricercatori. Secondo loro, era da considerare un legame tra lo stare bene con se stessi e il comportarsi in maniera socialmente più responsabile. Questa idea attirò la classe politica: sul nascere degli anni novanta gli istituti scolastici della California furono fortemente invitati a offrire agli studenti attività che rafforzassero la propria autostima.

Questi esercizi si basavano sull’idea per cui l’autostima si potesse aumentare utilizzando rinforzi positivi. L’equazione di James venne messa da parte, invece di abbassare le pretese dei bambini al livello delle loro capacità, o di migliorare le loro abilità perché raggiungessero lo stesso livello delle loro pretese, una salda autostima venne considerata un obbiettivo tout court, che bisognava necessariamente raggiungere.

Negli ultimi anni, il movimento per l’autostima è stato aspramente criticato da Jean Twenge, un psicologa dell’Università di San Diego. I suoi studi hanno dimostrato che i tentativi di aumentare l’autostima abbassassero i livelli di appagamento invece di alzarli. Un’eccessiva fiducia nelle proprie capacità può condurre al narcisismo e alla solitudine, che deriva dal credere di essere superiori alla media e lontani dagli altri. In più, se non riusciamo a realizzare i nostri troppo elevati obiettivi, sarà più facile sentirci insoddisfatti e confusi.Sopratutto, cercare di assicurarci una buona autostima ci può far stare male perché è un obiettivo quasi impossibile da realizzare.

Quando è stata introdotta nei programmi scolastici di Stati Uniti e Inghilterra, l’autostima è stata presentata come una capacità permanente, simile a saper suonare il piano. Per James però stare bene con se stessi, pur essendo qualcosa su cui si poteva lavorare, era in fin dei conti un’emozione, relativa all’io sociale. Quindi, l’autostima non poteva essere una condizione permanente: sarebbe sempre aumentata o diminuita.

Perciò, considerare l’autostima un’emozione altalenante, invece che un risultato in sé e per sé potrebbe toglierci dalle spalle il peso dell’ennesimo obiettivo impossibile da realizzare.

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